Pubblicato da: vanni | giugno 16, 2011

NON ANDRO’ A VOTARE

di Giovanni ALVARO -ilcalcestruzzo- Dico subito e senza giri di parole che non andrò a votare sui referendum di domenica prossima. Non andrò a votare essenzialmente perché considero assurdo farlo condizionati da una forte emotività sviluppatasi nell’opinione pubblica dopo il disastro giapponese di Fukushima e con la conseguente strumentalizzazione operata delle forze cosiddette ambientaliste e cosiddette di sinistra. Senza l’emotività del disastro sarei
andato a votare e, chiaramente, avrei votato per un convinto NO.

A chi è nuclearista convinto non resta altro, per evitare che scelte dettate da interessi politici ed economici di bottega possano penalizzare, ancora a lungo, il nostro Paese, che astenersi dal voto per far fallire il quorum. L’astensione infatti rimane l’ultima possibilità per permettere una reale e approfondita riflessione, anche in Italia, sull’uso dell’energia nucleare. Ciò sta avvenendo un pò dappertutto, e un pò dappertutto si parte dalle necessità di far tesoro delle cause che hanno provocato il disastro giapponese.

Pochissimi hanno decretato l’abbandono del nucleare e fra di essi vi è la Germania la cui Cancel-liera, forte del carbone che produce, e spinta dalla necessità di recuperare consensi attualmente ai minimi storici, lo ha annunciato per il 2022. Non sappiamo se la Merkel abbia la stessa longevità politica di Berlusconi, ma è sicuro che per quel periodo i futuri dirigenti di quel Paese avranno visto passare molta acqua sotto i ponti della ricerca e della sicurezza nucleare, e molta di quell’acqua dimostrerà che l’attuale vergognosa scelta, a dir poco, è semplicemente strumentale.

Lontani da simile scelta stanno gli USA e la stragrande maggioranza dei paesi occidentali, tutti orientati a sottoscrivere la dichiarazione di Obama, fatta a ridosso del disastro di Fukushima, e che risuonava, più o meno, così: “nonostante alla luce degli eventi ci sia bisogno di maggiore controllo, il nucleare fa parte del nostro futuro energetico”. Come si vede questi Paesi non hanno anteposto agli interessi nazionali le miserabili necessità dei propri gruppi dirigenti, ma si sono mossi con due obiettivi fondamentali: la diversificazione delle fonti energetiche, tra le quali un ruolo importante spetta all’energia nucleare, e la necessità di trovare sempre maggiori soluzioni di sicurezza.

A Fukushima non è stato il terremoto a determinare il disastro ma l’assenza di difesa dei motori supplementari di spegnimento del nocciolo, quelli a diesel, che avviati dopo la messa fuori gioco del sistema di spegnimento elettrico automatico, sono stati travolti dalle conseguenze dello tsunami con il crollo della famosa diga. Sorprende però come non sia stato previsto un sistema di protezione di detti motori in celle di calcestruzzo, per evitare che la violenza dell’acqua della diga crollata li potesse spazzare via.

Le inchieste in corso dovranno non solo decidere su nuovi e più opportuni sistemi di sicurezza, ma dovranno ridurre i tempi di sopravvivenza delle centrali ‘eliminando’ possibili e nuovi disastri nascenti dalla longevità delle stesse e, il tutto deve avvenire, sotto il controllo di organismi internazionali dato che i disastri nucleari non sono un problema interno ai singoli Stati, ma un problema che interessa l’intero villaggio globale.

Se la maggioranza dei Paesi rifiuta di liquidare le centrali nucleari è chiara l’importanza delle stesse e la loro insostituibilità. Solo la piccineria italiana e la scelta di sfruttare la vetrina offerta dal momento referendario (vedi l’ex Ministro Siniscalco, l’on. Alessandra Mussolini e l’ex Sindaco di Milano Letizia Moratti) possono giocare brutti scherzi, come quelli giocati dopo Chernobyl. Avere altri 20 anni di blocco ingiustificato sarebbe semplicemente delittuoso. Il mezzo per evitare tale disastro rimane, purtroppo, quello dell’astensionismo. Chi non vuole contribuire a mantenere il Paese in una situazione di dipendenza, energetica e scientifica, NON deve andare a votare. Comprare il 13,5% dell’energia che ci manca, in Francia, significa, ironia della sorte, finanziare il programma energetico transalpino. In una parola ci sentiremmo cornuti e mazziati.


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